venerdì 16 ottobre 2009

Quando lo spazio è poco...


Con la bolla immobiliare degl anni '80 in Giappone, soprattutto a Tokyo, gli edifici sono stati costruiti su qualunque lotto disponibile.
Anche dove, secondo i nostri standard, non ci sarebbe spazio per un box o un chiosco.

Più di tutti ci colpiscono gli edifici con fronte strada strettissimo, ma molto profondi e ancora più alti.

In altri casi vecchi edifici sono rimasti schiacciati tra giganti moderni, andando a coprire quasi tutte le vecchie finestre (la claustrofobia non dev'essere molto diffusa in Giappone :) )

Questo buffo blog di una ragazza rumena appassionata di Giappone, ha fatto un'intera serie di articoli sugli edifici stretti: Japanese narrow buildings 1, 2, 3, 4, 5, 6


In un contesto del genere alcuni appartamenti non possono che essere minimali.



Però gli affitti sono concorrenziali rispetto a Milano: 50.000 Yen sono, al cambio attuale, 370 Euro e da queste parti con quella cifra non si affitta più di una stanza.. magari un filino più grande, giusto per farci stare un letto ;)

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sabato 26 settembre 2009

Mangiarlo vivo

Ci sono cose per le quali non apprezzo decisamente i giapponesi e alcune di queste stanno in cucina.

Una di queste è una particolare preparazione di sashimi [刺身] detta ikizukuri [生き作り] (o anche ikezukuri [活け造り].

Il pesce viene raccolto da una vasca, tagliato - molto rapidamente - lasciando intatta la testa.
La particolare tecnica e la rapidità del cuoco fanno sì che il pesce venga servito ancora vivo (se così si può dire) e boccheggiante.



Se in Giappone vomitare a tavola è considerato poco educato, almeno quanto il soffiarsi il naso, è meglio che mi tenga lontano da qualunque ristorante che prepara questo tipo di sashimi (che peraltro credo venga fatto solo in ristoranti di alto livello).



Consideratelo pure un atteggiamento ipocrita, ma il cibo che mangio deve aver smesso di muoversi, da un po'.



Questo mi sembra un piatto Klingon!

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mercoledì 23 settembre 2009

In viaggio con Murakami

Segnalo una serie di articoli sulblog di Dario Olivero, dal titolo "In viaggio con Murakami".


In 9 puntante, l'autore parte da Murakami per poi perdersi in altre suggestioni tokyoite.
Una bella lettura, non solo per gli appassionati dell'autore giapponese.
  1. In viaggio con Murakami
  2. Se una notte d'estate un viaggiatore
  3. Il grande sonno
  4. Intermezzo: Gundam
  5. Amore 2D
  6. Abissi
  7. Lost in translation
  8. Kafka sulla spiaggia, Ponyo sulla scogliera, Buddha sulla strada
  9. Titoli di coda

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domenica 13 settembre 2009

La patente non vale

Per chi va in Giappone per turismo mettersi a guidare non è una buona idea, specialmente nelle grandi città.
I mezzi pubblici sono in genere un'alternativa più che efficace.

Se proprio uno volesse noleggiare una macchina, magari per inoltrarsi nelle zone rurali, attenzione alla questione patente.

Spesso si legge in giro che è sufficiente richiedere la patente internazionale, rilascata dall'ACI.
Attenzione che questo non è vero!

 
O meglio, è vero solo in parte.
Perché sia valida occorre far fare una traduzione autenticata dalla JAF, l'omologo nipponico dell'ACI.

La procedura per la richiesta si trova qui.
Prevede di portare ad un ufficio JAF abilitato (o spedire, ma solo dal Giappone) la patente internazionale e 3000 Yen (poco più di 20 Euro al cambio attuale) e farsi dare la traduzione.
Non una questione banale, dunque.
C'è da domandarsi se valga la pena farlo, salvo che si preveda un lungo soggiorno.

Ringrazio per l'informazione corretta Luca di Osaka e Gianluca e Kanako.

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giovedì 3 settembre 2009

Il mio vicino Totoro - in italiano


Vabbè... ormai lo saprete già tutti, ma noi siamo rientrati oggi dalle ferie... non in Giappone per questa volta :)

Il 18 settembre, con 21 anni di ritardo, arriva anche sugli schermi italiani
Il mio vicino Totoro, di Hayao Miyazaki.

Sul sito ufficiale della Lucky Red (http://www.luckyred.it/totoro/) trovate anche il trailer ufficiale.

Devo dire che è un po' strano sentirlo in italiano, avendolo visto molte volte in lingua originale: abbiamo il DVD... ovvio :)

Saremo comunque tra i primi ad andarlo a vedere, anche solo per il grande schermo.

Speriamo che abbia successo in modo che facciano uscire altri titoli tenuti nel cassetto.
Possiamo sperare in una prossima uscita anche di Porco Rosso?

Temo di no...
In Italia, in questo periodo, un protagonista che dice 「ファシストになるより豚のほうがまだマシさ」 verrebbe censurato :(
(a voi tradurre la citazione... occhio che Google traduce sbagliato)

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venerdì 14 agosto 2009

Bevendo sake

Una volta trovato un buon sake, come berlo?
...come ho scritto nel precedente post, non è corretto chiamarlo "sake", ma visto che noi occidentali lo conosciamo così, continuo a farlo anch'io, altrimenti non ci capiamo :)


Caldo
E' idea comune che il sake si beva caldo.
In realtà andrebbero scaldati solo quelli di qualità non eccelsa.
Quelli chiamati futsū-shu [普通酒? - "sake ordinari"].

Ci sono tre livelli di riscaldamento:
  • nurukan: leggermente più caldo della temperatura ambiente. Ha il difetto di raffreddarsi rapidamente.
  • okan (o solamente kan): tra 40 e 50°C. La temperatura standard usata in Giappone
  • atsukan: qualunque temperatura al di sopra dei 50°C. Ideale per l'inverno. Spesso il sake bevuto all'estero è scaldato a questa temperatura.
    Conoscendo l'amore dei giapponesi per il cibo al calor bianco, immagnino che non ci sia una temperatura massima se non quella di ebollizione :)
Il sake viene scaldato a bagnomaria, direttamente nella bottiglietta di ceramica - tokkuri [徳利?], con la quale viene servito.
Si beve in piccoli bicchierini di ceramica, chiamati choko (o meglio o-choko, con il prefisso onorifico).

Freddo
Il sake freddo viene versato nel tokkuri o direttamente nella bottiglia.
Si può bere negli o-choko o in bicchieri da degustazione, come quelli da vino (un'introduzione recente).


Un altro modo tradizionale per bere il sake freddo è in particolari bicchieri quadrati, chiamati masu [枡?]. In legno, a volte laccati. Oggi anche in plastica.
La misura dei masu è standard: 180ml.
Un tempo veniva utilizzata anche come misura del riso.

La tradizione vuole che il masu sia riempito fino all'orlo, in segno di prosperità e abbondanza.

Sull'ottima guidina tascabile "Illustrated eating in Japan", pubblicata dall'ente turistico giapponese (JTB), ho letto di un'usanza curiosa: un pizzico di sale sull'angolo del masu.
Dovrebbe esaltare il sapore del sake, specialmente per quelli invecchiati, taruzake [樽酒? - letteralmente "sake in barile"].

A quanto ho capito, questa abitudine è in disuso anche in Giappone, ma appena avrò a disposizione una buona bottiglia mi riprometto di provare.

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domenica 9 agosto 2009

C'è sake e sake

In Giappone il termine "sake" non significa quello che intendiamo noi.
Sake [酒?] o meglio  o-sake [お酒?] vuol dire solo "bevanda alcolica", in generale, comprendendo anche whiskey , vino...

Quello che per noi è "sake" in realtà si chiama nihonshu [日本酒? - letteralmente "alcool giapponese"] o seishu [清酒? - letteralmente "alcool raffinato"].

Un fermentato di riso, con 16-20° alcolici.

Da non confondere con i distillati, chiamati shōchū [焼酎?].
Più alcolici del nihonshu, ma meno delle nostre grappe.

Come per il vino, esistono molte qualità di sake (continuo a chiamarlo così per comodità).
A differenza del vino però, non esiste una forte regolamentazione che garantisca il consumatore.
Non ci sono equivalenti del DOC o del DOCG e soprattutto la Legge non impedisce di adulterarlo.

Di fatto, alla gran parte del sake oggi in commercio viene aggiunto alcool.
Se non peggio: glucusio, sciroppo di malto o addirittura glutammato (quello dei dadi da brodo!) per esaltarne artificialmente il sapore.

Come per il vino, non è facile per un profano distinguere la qualità di un sake dalla bottiglia.
I prezzi non sempre sono indicativi.


Quando poi non si è in grado di leggere l'etichetta, scritta in kanji, la situazione è ancora più complicata :)


Leggendo il terzo volume di Oishimbo, dedicato appunto al sake, ho scoperto di aver bevuto quasi solo schifezze o giù di lì.
Comunque solamente quello che in Giappone viene chiamato futsū-shu [普通酒? o "sake ordinario"].
Ben peggio del nostro vino da tavola nel bottiglione, perché spesso adulterato.

Dalla lettura di Oishinbo ho tratto informazioni molto interessanti.
Da tenere buone per il prossimo acquisto alcolico.

Anche senza capire completamente l'etichetta si possono cercare alcune scritte chiave.

La scritta più importante da cercare è 純米酒? [junmai-shu]
O anche solo 純米? [junmai].
Significa "sake di puro riso".

Indica i prodotti ai quali non è stato aggiunto alcool o altro.
Di solito è ben in evidenza sull'etichetta.

Esistono però tipi di sake di alta qualità ai quali viene aggiunto un po' di alcool.
Dicono per esalarne il sapore e non per diluirlo (l'autore di Oishinbo non sembra essere molto d'accordo in proposito).
Sono chiamati Honjōzō-shu [本醸造酒? - "sake autentico"].

Altri prodotti di altissima qualità sono i Ginjō-shu [吟醸酒?] o i Daiginjō-shu [大吟醸酒?], fatti solo con il cuore del chicco di riso.


Effettivamente nei reparti gastronomici giapponesi mi è capitato di vedere scritte in inglese che dicevamo "pure rice wine"... giustamente loro non lo traducono con sake ;) 
Non me ne ero spiegato il senso. Su un vino non scriverebbero mai "vino di pura uva".  Se non fosse così non potrebbe nemmeno chiamarsi vino.
Le avevo quindi attribuite alla solita traduzione balenga in inglese, niente affatto rara in Giappone.

Ora ho capito!
Quando si impara è sempre tardi :)

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